Era una di quelle feste in cui si respira un’aria snob di noia e routine, quelle feste degli ex alunni del liceo a cui gli invitati prendono parte più per dovere che non per effettivo interesse. Perché, ad anni di distanza dal diploma, degli ex compagni di classe non gliene importa più nulla a nessuno. Comunque erano tutti lì, Francesco, Marco, Alessandra, Erica e gli altri, intenti a far finta che gli ultimi tre anni non fossero stati anni di promesse non mantenute come per gli altri. Il luogo dell’incontro, un albergo non malaccio a tre stelle sulla Riviera ligure. Alcuni dei partecipanti al ritrovo sul tardi se ne sarebbero andati a casa loro, accompagnati o con mezzi propri. Altri avrebbero trascorso la notte in una delle camere d’albergo.

Verso la mezzanotte alcuni invitati iniziarono ad andarsene. La festa era il massimo della noia, soporifera come un film di Nanni Moretti giudicò qualcuno. Fra i rinunciatari della prim’ora anche la ripetente (ed ex schiava di classe) Letizia, che si alzò dal tavolo traballante per qualche bicchiere di troppo. Alessia, cinica e subdola ancor più di come apparisse in classe tre anni addietro la guardò andar via e con la sua nota aria superba da primadonna sibilò nell’orecchio di Elisabetta –“Guarda quella, in che condizioni…!”-
Elisabetta annuì –“La nostra sguattera leccapiedi proprio non lo regge l’alcool. Come non reggeva la scuola. Hai visto? Tu hai trovato subito un impiego nell’azienda di tuo padre, e io ho un futuro quale ricercatrice universitaria mentre lei si è ridotta a fare la commessa in un negozietto di quarta categoria. Che perdente…”-
-“Hai proprio ragione”- rise Alessia con aria di superiorità –“Perché non la seguiamo in camera? So che passa la notte qui”-
-“E poi?”-
-“Poi lo sai benissimo. Tu non hai i piedini indolenziti?”- domandò Alessia.
L’altra sorrise con un’espressione diabolica –“Ora, subito?”-
-“Fra una mezz’ora. Prima diamole il tempo di mettersi a letto e assopirsi. La leghiamo ed imbavagliamo nel dormiveglia, poi…”-
E risero.

Letizia barcollò lungo il corridoio deserto del primo piano (la festa era al pianterreno) dirigendosi alla volta della sua camera. Girò l’angolo e, senza accorgersene, urtò contro una persona. Sollevò lo sguardo verso di lei e impiegò qualche attimo per riconoscere chi fosse.
-“Letizia Letizia! Hai alzato un po’ il gomito, vedo”- disse una voce melliflua con tono sarcastico
-“Chiara?”- balbettò Letizia con la voce impastata d’alcool.
-“Già, proprio io. Mi sono attardata per farmi bella, che te ne pare?”-
Chiara vestiva un abito da sera, elegante ma senza troppe pretese, tutto nero. La gonna le arrivava alle ginocchia, non indossava calze e le scarpe dal tacco molto alto aperte in punta lasciavano scoperte le dita dalle unghie smaltate di rosso corallo.
Letizia non rispose alla domanda, tentò di avanzare oltre la figura imponente dal suo punto di vista della compagna di classe ed ex padrona ma come compì un passo udì l’altra esclamare –“E questo cos’è?”-
Letizia non badò a cosa avesse da urlare Chiara ma quest’ultima la artigliò per i capelli e la costrinse a voltarsi. Forzò il viso di Letizia ad abbassarsi fino al suo addome e mise gli occhi della ex velina di fronte ad una macchia d’unto che risaltava come una medaglia sul tessuto nero del vestito.
-“Ho chiesto cos’è questo?”- ripeté Chiara.
-“Eh?!”- Letizia non capiva più nulla.
-“Brutta stronza. Hai sporcato il mio abito, adesso come faccio ad andare alla festa? Carogna, hai rovinata la mia serata!”-
-“Mi…mi…ma sono stata io?”- ciangottò la schiava scotendo la testa da una parte e dall’altra. Le gambe le stavano cedendo. Chiara le rifilò uno schiaffo così forte che la fece girare su se stessa come una trottola. Quando si fermò rovinò sul pavimento del corridoio ai piedi della sua arrogante collega.
-“Certo che sei stata tu! Leccapiedi del cazzo! Dovresti baciare il suolo su cui poggio i piedi ma poi dimostri di non saper fare un accidente! Ma ora ti aggiusto io!”- prese una confusa Letizia per i capelli e la costrinse a seguirla nella sua camera.
Chiuse a chiave la porta dietro di se, sbatté la povera ubriaca sul letto e si voltò verso di lei.
-“Adesso vediamo un po’ se riuscirai a farti perdonare del tuo sbaglio. Devo punirti, lo capisci anche da sola, anche con quella testolina da sguattera che ti ritrovi. Tuttavia non voglio che tu pensi male di me, sai io non sono cattiva. Se mi farai trascorrere una bella serata ti potrò perdonare”-
-“Una bella serata? Che…come sarebbe una bella serata?”-
Chiara sorrise malignamente, si diresse verso la finestra con vista sul mare e si sedette comodamente sulla poltrona della stanza.
-“Vieni qui, striscia fino ai miei piedi”-
Letizia discese dal letto. Cercò di stare in piedi ma ormai l’alcool l’aveva stordita e cadde in ginocchio. Tentò di rialzarsi.
-“Non ti accaldare. Ho detto “striscia” ai miei piedi, quindi va bene che tu avanzi a quattro zampe. E ora muoviti”-
Letizia obbedì. Si avvicinò e raggiunse la sua temibile padrona che, per nulla impietosita dall’andamento incerto della ragazza, la sovrastava e sorrideva. Quando la schiava le fu proprio davanti lei sollevò una gamba e le puntò contro un piede.
-“Lecca”-
-“Cosa?”-
-“Come cosa? Vedi qualcos’altro davanti a te oltre al mio piedino?”-
-“Ma…”-
Chiara spinse in avanti il piede ed il tacco della scarpa affondò nella bocca di Letizia. La serva restò immobile, troppo sorpresa e ubriaca per reagire, mentre l’altra le schiacciava il naso sotto la suola dell’elegante scarpetta.
-“Succhia il tacco”- disse e contemporaneamente schiacciò una delle mani di Letizia sotto all’altro piede.
La serva urlò, Chiara ne approfittò per spingere tutto il tacco nella sua bocca.
-“Obbedisci”-
Letizia obbedì. Succhiò il tacco con un movimento altalenante fuori dentro come si fa con un bell’uccello turgido. La serva si stava dimostrando un’esperta in questo lavoro.
Dopo qualche minuto la padrona fermò la sua ospite –“Ora leccami la suola”-
Letizia iniziò con lente lappate sulla suola, incurante della polvere e del sudiciume non identificato che mandava giù con la saliva. Anche Chiara a dir il vero era poco interessata a quel che la ragazza avrebbe potuto inghiottire, presa com’era dalla pulizia delle sue aristocratiche calzature. Tuttavia le scarpe erano abbastanza nuove ed erano state usate per poco tempo.
-“Ora l’altra”- disse –“Sollevò il piede che stava torturando la mano di Letizia e glielo pose di fronte al viso, poi calò l’altro sulla mano ancora sana dalla velina. Letizia gemette quando il tacco della scarpa appena lucidata la penetrò sul dorso della mano.
Chiara non allentò la pressione, anzi, ruotò il tacco e sollevò la suola della scarpa per provocarle ancor più dolore.
-“Se fai velocemente finisci prima e la tortura sarà breve. Perdi tempo in inutili urletti e non finirai mai. Ti avverto, non usciremo da questa stanza prima che le mie scarpe siano pulite. Ora lecca, stupida”-
Letizia obbedì. Era una cagna in mano alla sua cinica e spietata aguzzina, la sbronza non le aveva ottenebrato la mente tanto da non capire questo. Si arrese ai sadici capricci della padrona e leccò da cima a fondo la suola della sua scarpa. Spompinò anche il tacco come aveva fatto precedentemente e solo allora Chiara le lasciò la mano. Pose i piedi ancora calzati sul pavimento davanti a Letizia e disse –“Ora che le suole sono pulite manca solo il dorso delle scarpe. Pulisci anche quello”-
Si adagiò ancor più comodamente sulla poltrona ed attese. Letizia, ormai in balia della sua padrona non poté fare altro che obbedire a quest’ennesimo ordine. Impiegò alcuni minuti e quand’ebbe terminato le scarpe della sovrana erano lucide come il giorno in cui erano uscite dalla scatola. La lingua della velina al contrario era a pezzi.
-“Brava, quell’aria da santarellina timida e dolce, quell’espressione dolce da brava ragazza che ti ritrovi stuzzica la mia fantasia. Ho da chiederti qualcos’altro”- disse Chiara, togliendosi le scarpe e poggiando con un elegante movimento l’incavo delle ginocchia su uno dei poggiamani della poltrona –“Leccami i piedi”-
Letizia le prese le caviglie e sollevò le estremità della sua crudele proprietaria all’altezza del proprio viso in modo da non farla stancare.
-“Lecca, lecca, cagna schifosa. Così…ah…” gemette Chiara. Ma i suoi erano gemiti di piacere. La lingua della sottomessa le stava dando piacere e non aveva motivi di nasconderlo –“Ora fra le dita, sai dove si raccoglie il sudore? Brava, leccapiedi, così…Ah, vedi come ti trovi bene quando svolgi il lavoro per il quale sei nata? Su, continua, non ti fermare, non ti fermare mai…”-
Chiara muoveva i piedini mostrando alla sua nuova schiava i punti in cui voleva farsi leccare. Prima sulla pianta, che era liscia e un poco sudata, poi sui talloni, forti e ben modellati. Infine fece risalire Letizia verso le dita, la costrinse a leccare negli spazi e a prenderle in bocca una per una succhiandole come i tacchi delle scarpe. Sempre più perversa la padrona ordinò alla schiava di leccare e pulire con attenzione lo spazio sotto le unghie fin dove la sua lingua riuscisse ad arrivare. Letizia lucidò una per una le unghie dei piedi di Chiara, la sua lingua fu una limetta che asportò ogni traccia di sporco accumulatosi durante il pomeriggio.
-“Ora sul dorso, ubriacona”- ordinò la padrona –“risali fino alle mie caviglie, lecca”-
Letizia operava, ormai incapace di prendere alcuna decisione autonoma. Leccava, baciava, adorava quei piedi meravigliosi come fossero opere d’arte. E Chiara la guardava dall’alto, beandosi del senso di potere che le dava quella visione, sorridendo come una predatrice che vede la sua preda ormai perduta fra i suoi artigli.
Infine, quando si fu stancata del degradante servizio della sottomessa piegò le gambe raccogliendole contro il proprio busto. Letizia, sentendosi portar via quelle estremità così attraenti fece per andar loro incontro. Chiara allora distese di colpo le gambe e colpì con entrambi i piedi la faccia della serva. I suoi talloni schiacciarono le labbra che fino a un momento prima le avevano dato tanto piacere, le piante dei piedi colpirono le guance della sottomessa. Letizia fu spinta via e cadde di schiena con un tonfo. Le lacrimavano gli occhi, in bocca un forte sapore di sangue ed il labbro inferiore era tutto intorpidito.
Chiara non attese un attimo, spiccò un salto dalla poltrona e piombò con tutti e due i piedi uniti sulla pancia dell’inferiore, troncandole il respiro. Letizia avvertì che tutta l’aria contenuta nei polmoni se ne andava in un sol colpo, restò boccheggiante a terra con la padrona immobile e sorridente sopra di lei che giocava ad affondare le punte dei piedi nel suo morbido addome, constatando quanto riuscisse a far penetrare le sue estremità nella pancia della sconfitta.
-“Questo vedrai ti farà riprendere dalla sbronza….o ti riprendi o schianti definitivamente”-
Iniziò a camminare lungo il corpo di Letizia, il petto, schiacciò le sue tette ben modellate fin a ridurle a oggetti piatti e informi, poi passò alla gola dove vi piantò le dita del piedino destro fino alla radice per constatare se la serva avrebbe reagito ( e quella non reagì),infine la faccia, sulla quale sostò per diversi minuti con tutto il suo peso.
-“Ti sei ripresa?”- chiese una volta scesa dal corpo della sguattera. Quest’ultima non disse nulla.
-“A no?”- sogghignò la giovane dea –“In questo caso…terapia d’urto!”-
La prese per i capelli e la fece strisciare verso il bagno. Letizia non gattonava nemmeno più. Strisciava letteralmente dietro ai piedi della sua sovrana che, etera come un fantasma, camminava leggiadra ed aggraziata senza emettere rumore.
La condusse davanti alla tazza del water, le infilò la testa dentro ed abbassò la tavoletta.
-“Non scalciare, ora. Se per caso mi prendi ti calpesto con i tacchi a spillo fino a spaccarti tutte le ossa”-
Schiacciò il pulsante dello scarico ed un turbine d’acqua gelida e spumeggiante schiaffeggiò la faccia della sguattera. L’acqua entrò nelle narici ed in bocca di Letizia, nelle orecchie e negli occhi. Le tolse l’udito, la vista e la soffocò. Non appena il gorgo di schiuma si fu ritirato Chiara sollevò l’asse e tirò fuori la testa della schiava strattonandola per i capelli.
-“Sobria? Non ancora, eh? Allora qui ce ne vuole un’altra dose”- fece per rischiaffare il viso della serva per la seconda volta in fondo alla tazza, poi sembrò ripensarci –“Anzi no, ora devo usarlo io il water”-
Sembrò voler tirare via la testa della sottomessa dalla tazza ma di nuovo si fermò a mezz’aria e dopo un momento d’indecisione ritornò a spingere dentro la faccia di Letizia fin a farle toccare col naso l’acqua sul fondo del cesso.
-“Mi è venuta un’idea migliore”- disse e sollevando la corta gonna abbassò gli slip e andò a sedersi con le sue belle natiche sulla nuca dell’inferiore. Il contatto della pelle del sedere con i capelli bagnati della schiava la fece eccitare. Le orinò abbondantemente in testa, infradiciandole le poche ciocche di capelli ancora asciutte; rivoli di piscio grondarono sulla faccia di Letizia fino a confluire negli occhi, fino a raccogliersi sulle labbra. Le gocce che la raggiunsero in bocca Letizia le deglutì tutte. Il sapore acre della pioggia dorata la risvegliò parzialmente.
Chiara si alzò, si pulì con un po’ di carta igienica che gettò nel water, assieme alla testa della serva e riabbassò la tavola del cesso. Letizia capì cosa stava per succedere e tentò di alzarsi. La padrona sentì che la serva voleva sottrarsi alla giusta punizione alla quale la stava sottoponendo e fermò l’asse ponendovi sopra uno dei suoi aggraziati piedini. Azionò lo scarico. Una volta, due, tre. Ogni volta la reazione di Letizia si faceva sempre più debole. La quinta volta non diede segni di voler reagire. Solo allora Chiara sollevò l’asse. L’inferiore crollò sul pavimento.
La padrona le stuzzicò un po’ il volto con la punta del piede e Letizia, per istinto forse, glielo baciò quando lo ebbe proprio davanti alle labbra ma non si alzò.
-“Beh, sei perdonata. Mi sono divertita abbastanza. Purtroppo ora devo andare, magari ti mando qualcuno a raccoglierti dal pavimento. Oh, mi raccomando se ti domandano chi ti abbia ridotto in questo stato acqua in bocca, eh? Il mio nome non deve venir fuori!”-
Uscì dal bagno, si rimise le scarpe e se ne andò.
Pochi minuti dopo, la schiava si era ripresa appena un poco ed era riuscita ad alzarsi in piedi, nella stanza entrarono come furie anche Alessia ed Elisabetta.
-“Abbiamo incrociato Chiara qui fuori. Ci ha detto che ti eri nascosta qui. Ti volevi sbarazzare di noi. Eh? Ma ti abbiamo trovata lo stesso”- disse Alessia con infinito disprezzo nella voce. Elisabetta invece era sorridente, masticava una gomma americana e pregustava le ore a venire.
-“Mi sembra già sfinita”- disse
-“Che vuoi che sia?! Sarà ancora sbronza da prima”- disse la sua compagna.
-“E quei lividi?”-
-“Mah? Che ce ne importa, dopotutto? Allora, giochiamo o no?”-
Elisabetta si avvicinò alla schiava ormai disfatta, le prese i capelli e le torse il collo, guardandola dall’alto, poi le fece aprire la bocca e le sputò la gomma direttamente sulla lingua.
-“Ingoia”- ordinò. Letizia, obbediente come aveva imparato a tornare ad essere grazie a Chiara, eseguì. Elisabetta rise –“Si, giochiamo”-

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